L'Europa Oggi
L'Europa ha bisogno di diventare una potenza autonoma, unita e solida. Negli ultimi anni lo scenario geopolitico mondiale è cambiato rapidamente: dalle oscillazioni della politica statunitense, ai movimenti strategici della Russia, fino alla guerra in Ucraina. In questo contesto instabile, l'Unione Europea si ritrova davanti a un bivio storico: continuare a dipendere dagli equilibri determinati da attori esterni oppure diventare finalmente un soggetto geopolitico forte, autorevole e indipendente.
1. Le lezioni che arrivano da Washington e da Mosca
Le recenti dinamiche politiche negli Stati Uniti e in Russia hanno mostrato quanto la sicurezza e la stabilità del continente europeo non possano più essere delegate a potenze terze. Le oscillazioni della politica americana, soprattutto durante leadership imprevedibili come quella di Trump, hanno reso evidente un dato fondamentale: l'Europa non può poggiare la propria difesa su alleati che potrebbero cambiare radicalmente posizione in base ai cicli elettorali interni.
Allo stesso modo, la Russia di Putin – con la sua aggressione all'Ucraina e l'uso della forza come strumento di politica estera – dimostra che la sicurezza europea richiede un apparato comune forte, capace non solo di difendere i confini dell'Unione, ma anche di sostenere i paesi minacciati nel proprio vicinato.
2. L'Ucraina come spartiacque
Il conflitto in Ucraina ha rappresentato la prova più chiara della fragilità europea. Sebbene l'UE si sia attivata con sanzioni, aiuti economici e militari, resta evidente che un'Europa frammentata non può essere un garante credibile della stabilità regionale.
Una Ucraina libera, indipendente e pienamente integrata nel sistema europeo di sicurezza non è solo un tema valoriale: è una necessità geopolitica. Per questo è fondamentale che l'Unione Europea continui ad appoggiare Kyiv, rafforzando al contempo la propria capacità di azione autonoma, senza dipendere dalle strategie di Washington o dalle pressioni di Mosca.
3. Identità e governance: la nuova gestione europea dei confini
Un'Europa forte non può prescindere da un'identità comune condivisa e da una gestione credibile dei flussi migratori. È in questo quadro che si inserisce il nuovo Regolamento UE sui Paesi sicuri, uno dei pilastri del recente Patto sulla Migrazione e l'Asilo.
Il nuovo Regolamento UE sui Paesi sicuri
Il regolamento introduce criteri uniformi per definire quali stati possano essere considerati "sicuri" per i richiedenti asilo.
Questo consente di:
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accelerare le procedure nei casi in cui le domande siano manifestamente infondate,
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ridurre le disparità tra le politiche nazionali,
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rafforzare la fiducia reciproca tra gli Stati membri,
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evitare che la gestione delle migrazioni diventi un fattore di divisione politica.
La categorizzazione dei Paesi sicuri permette di concentrare le risorse sui casi più complessi e meritevoli, rendendo il sistema europeo più equo e funzionale.
La stretta sui rimpatri
Contestualmente, l'UE introduce una maggiore efficienza nei rimpatri, con procedure più rapide, coordinamento centralizzato tra gli Stati membri e un uso più incisivo delle agenzie europee come Frontex.
L'obiettivo è duplice:
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Assicurare che chi non ha diritto alla protezione internazionale venga rimpatriato in tempi ragionevoli, evitando situazioni di irregolarità prolungata.
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Restituire credibilità al sistema europeo, mostrando ai cittadini che l'Europa non è un continente passivo, ma capace di applicare le proprie regole.
Queste misure non hanno lo scopo di "chiudere" l'Europa, ma di renderla governabile, ordinata e capace di accogliere chi ha veramente bisogno, senza lasciarsi travolgere da flussi che nessun singolo Stato potrebbe gestire da solo.
4. Una nuova identità europea nasce da regole chiare e coesione interna
Le normative sui Paesi sicuri e sui rimpatri rappresentano un passo importante verso un'Europa più identitaria nel senso positivo del termine: non un continente che si chiude in sé stesso, ma uno spazio politico maturo, con confini governati e politiche condivise.
Un'identità autentica non si costruisce con slogan, ma:
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con istituzioni che funzionano,
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con regole chiare e applicabili,
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con una gestione dei confini moderna e credibile,
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con la tutela sia della sicurezza sia dei diritti.
L'Unione, se vuole essere forte e autonoma, deve continuare su questa strada.
5. Un'Europa che agisce, non che subisce
Per essere un attore globale e non una semplice geografia, l'UE deve rafforzare:
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la difesa comune e la cooperazione militare;
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una politica estera unitaria;
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l'autonomia energetica e la transizione verde;
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la sovranità tecnologica, dal digitale all'intelligenza artificiale;
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la coesione economica interna, indispensabile per competere con USA e Cina.
Questi obiettivi non possono essere raggiunti da singoli stati: solo l'unione garantisce forza e credibilità.
6. L'Italia ha pagato (e spesso paga) il prezzo — da decenni — della gestione migratoria europea
Un argomento che rafforza la necessità di un'Europa realmente unita e solidale è proprio il peso che finora è ricaduto in gran parte su alcuni paesi di frontiera, primo fra tutti l'Italia.
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Già nel 2018 — secondo un interrogazione al Parlamento europeo — l'Italia aveva segnalato che nel periodo 2013-2016 aveva speso circa 1,7 miliardi di euro per l'accoglienza di migranti richiedenti asilo, di cui solo circa 46,8 milioni (≈ 2,7%) coperti dall'UE. Parlamento Europeo+1
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Oltre ai costi diretti dell'accoglienza, l'Italia ha spesso sostenuto anche le spese conseguenti a ricollocamenti falliti: per rifugiati che altri Stati membri non hanno voluto ospitare, il costo è ricaduto tutto sull'Italia. Parlamento Europeo
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Nel 2023 — secondo l'ultima edizione del Dossier Statistico Immigrazione — il confronto tra entrate e uscite relative all'immigrazione mostrava un bilancio dove le spese per accoglienza, sanità, istruzione e servizi sociali pesavano molto sul bilancio pubblico. grusol.it+1
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Recenti analisi mostrano che, nonostante una parte dell'immigrazione regolare contribuisca con tasse e contributi, la gestione dell'accoglienza — specialmente in contesti di grande afflusso o richiedenti asilo — rimane onerosa e gravata in gran parte dallo Stato italiano. -+2la Repubblica+2
Questo "onere asimmetrico" — con alcuni paesi che ricevono un flusso molto superiore rispetto ad altri — evidenzia un deficit di solidarietà tra Stati membri e un'architettura europea incapace, finora, di distribuire equamente responsabilità e costi.
Cosa dimostra questa situazione per la tesi di un'Europa forte e coesa
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Un'Europa davvero unita dovrebbe garantire meccanismi di solidarietà efficaci e permanenti, non meccanismi occasionali o insufficienti.
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Se l'onere dell'accoglienza e dell'integrazione ricade sempre sugli stessi paesi, nasce un sentimento di ingiustizia e un rischio concreto di tensioni interne all'Unione.
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Solo una gestione comune — con regole condivise, equa distribuzione di obblighi e risorse, sistema di ricollocamento efficace e rimpatri gestiti con responsabilità — può garantire che la migrazione non diventi un fattore di destabilizzazione o di frattura.
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Questo rafforza l'idea che non basta un approccio nazionale: serve un'Europa-Stato, capace di agire con coerenza, solidarietà e visione strategica.
Conclusione
Se l'Europa resterà un insieme di Stati fragmentati — ciascuno con politiche, costi e carichi diversi — rischiamo di perpetuare un sistema iniquo, che scarica il peso su chi è già in prima linea. L'Italia, storicamente tra i paesi più esposti, ha già pagato e continua a pagare il "conto" della crisi migratoria e dell'assenza di una ripartizione equa delle responsabilità.
Per invertire la rotta serve un'Unione Europea più unita, più giusta e più solida: capace di condividere oneri e benefici, e di costruire un sistema migratorio europeo credibile, sostenibile e rispettoso dei diritti — senza lasciare soli gli Stati di frontiera.
Donato Riccardi 9/12/2025
